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Il gioco degli specchi della riforma dell’affido condiviso

20 dicembre 2018 -
Il gioco degli specchi della riforma dell’affido condiviso

Nulla meglio del gioco degli specchi descrive lo stato delle critiche al disegno di legge 01.08.2018 n. 735 contenenti norme in materia di affido condiviso, bigenitorialità e mantenimento diretto.

Si assiste ad una vera e propria distorsione del più elementare senso delle norme che si propone di introdurre, nascondendo i limiti dell’attuale disciplina.

Che l’attuale assetto normativo sia assolutamente insoddisfacente ed inadeguato rispetto alla delicatezza degli interessi in gioco, e che sia necessario intervenire quanto più rapidamente possibile è un dato assolutamente indiscutibile.

Basti considerare che all’indomani dell’approvazione della Legge 08.02.2006 n. 54, senza andare troppo per il sottile, si affermava che “i minori devono risiedere stabilmente presso solo uno dei genitori (cosiddetta <<residenza privilegiata>>), con conseguente necessità di stabilire le modalità di incontro con l’altro genitore (sicché, in definitiva l’affido condiviso non è realmente diverso da un ben strutturato affido monogenitoriale”[1].

Un’opinione che non si può certo dire essere rimasta isolata. Anzi.

Le conclusioni raggiunte dall’ISTAT a dieci anni dall’introduzione dell’istituto dell’affido condiviso sono inequivoche: “ad eccezione della drastica diminuzione della proporzione di figli minori affidati in modo esclusivo alle madri, tutti gli altri indicatori non hanno subito modificazioni di rilievo. In altri termini, al di là dell’assegnazione formale dell’affido condiviso, che il giudice è tenuto a effettuare in via prioritaria rispetto all’affidamento esclusivo, per tutti gli altri aspetti considerati in cui si lascia discrezionalità ai giudici la legge non ha trovato effettiva applicazione. Ci si attendeva, infatti, una diminuzione della quota di separazioni in cui la casa coniugale è assegnata alle mogli e invece si registra un lieve aumento, dal 57,4% del 2005 al 60% del 2015; questa proporzione, nel 2015, raggiunge il 69% per le madri con almeno un figlio minorenne. Per quanto riguarda le disposizioni economiche, infine, non vi è nessuna evidenza che i magistrati abbiano disposto il mantenimento diretto per capitoli di spesa, a scapito dell’assegno: la quota di separazioni con assegno di mantenimento corrisposto dal padre si mantiene nel decennio stabile (94% del totale delle separazioni con assegno)[2].

Al di là dell’evidente resistenza culturale della magistratura nel dare applicazione alle nuove norme frutto evidentemente di un politicamente inconfessabile e trasversale “substrato culturale dove è la mamma ad occuparsi dei figli”[3], con buona pace del principio di uguaglianza sostanziale che assegna alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Ancor più surreale appare poi la critica, da più parti espressa, di una standardizzazione delle soluzioni che “rischia di non tenere conto della molteplicità della casistica proprio in un ambito in cui le eccezioni sono pressoché la regola”[4].

Se si vuole dunque, seriamente, uscire dalla stanza degli specchi nella quale gli oppositori al Ddl 735 hanno rinchiuso la discussione occorrerà orientarsi utilizzando l’unico strumento a disposizione: la puntuale individuazione dell’obiettivo che si vuol raggiungere, ovvero come tutelare e rendere effettivo il diritto del minore, già oggi riconosciuto dall’ordinamento, alla bigenitorialità.

Il Consiglio d’Europa[5], sulla sorta di 74 studi scientifici ad amplissimo raggio, ha concluso che “l’uguaglianza tra i genitori deve essere garantita e promossa sin dal momento della nascita del bambino. Il coinvolgimento di entrambi i genitori nell’educazione dei loro figli è vantaggioso per il loro sviluppo psicofisico”.

La stessa UNICEF ha recentemente lanciato una campagna informativa a sostegno del più ampio coinvolgimento dei padri nella vita dei figli sin dalla loro nascita in quanto “Nei primi 1.000 giorni, il cervello dei bambini forma nuove connessioni a un ritmo sorprendente: fino a 1.000 ogni secondo, ad un ritmo che non si ripeterà più”[6].

La letteratura scientifica ritiene, in modo pressoché unanime che la perdita del rapporto parentale incida, in modo anche piuttosto importante, sulla salute dei minori.

Ce n’è di ben donde, dunque, per ritenere che la soluzione generale di tempi paritari proposta dal disegno di legge in discussione si fondi su ampia ed universalmente accettata scienza e costituisca una soluzione da estendere quanto più possibile ponendosi essa nell’interesse del minore.

Sia, dunque, metà del tempo con mamma e metà del tempo con papà, senza alcuna ulteriore speculazione dialettica.

Continuare a riproporre l’immagine per cui si vorrebbe costringere “il bimbo a dover fare di continuo le valigie per consentire ai genitori di avere tempi paritari” è dunque un artificio retorico piuttosto obsoleto e fuorviante, perché, come chiunque abbia un minimo di buona fede può vedere, non si tratta, infatti, di dividere il tempo dei figli tra i genitori, ma di garantire ai figli di usufruire al massimo delle possibilità del tempo dei genitori.



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Tribunale Bologna 24.07.2007,
n.7770 - ISSN 2239-7752

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