Concorso magistratura: come sopravvivere agli scritti

Terza e ultima parte: la strategia
concorso magistratura
concorso magistratura

Concorso magistratura: come sopravvivere agli scritti

Terza e ultima parte: la strategia

Dopo aver affrontato in due precedenti puntate le difficoltà, i trucchi e i consigli per superare la prova scritta del concorso magistratura, l'Autore chiude il ciclo con questa terza puntata dedicata alle strategie e alla fase preparatoria
 

Concorso magistratura: la strategia e le sue ragioni

È vivo ancora oggi l’interesse per Sun Tzu, vissuto probabilmente tra il sesto e il quinto secolo a.C.

Fu generale e filosofo e già questo lo rende straordinario ai nostri occhi, essendo assai insolita la combinazione tra attitudine speculativa e responsabilità di comando militare.

I suoi aforismi continuano ad essere citati in vari contesti, perfino nei master per futuri imprenditori e capitani d’azienda.

Me ne approprio anch’io ma riservandomi di selezionare solo quelli adatti all’aspirante magistrato.

Escludo subito “Il leone usa tutta la sua forza anche per uccidere un coniglio”.

Non solo in quanto animalista e non-violento ma anche perché mi viene difficile associare le caratteristiche leonine a candidati stremati da anni di studio e dall’ansia delle prove. E chi sarebbero poi i conigli? I commissari? No, mi rifiuto di credere che stimati accademici e magistrati condividano anche un solo tratto col coniglio.

Scarto anche per assoluta incoerenza alla realtà “Sii veloce come il vento, silenzioso come la foresta, aggredisci come il fuoco, sii inamovibile come la montagna”. Chiunque abbia partecipato a un concorso pubblico sa che il candidato medio è inchiodato a un banchetto scolastico, mastica nervosamente una penna e guarda con timore al foglio bianco che ha di fronte in attesa di ispirazione.

Escludo con uguale convinzione “La strategia è la via del paradosso. Così, chi è abile, si mostri maldestro; chi è utile, si mostri inutile. Chi è affabile, si mostri scostante; chi è scostante, si mostri affabile”, così come “Se sei capace, fingi incapacità; se sei attivo, fingi inattività”.

Queste tecniche dissimulatorie hanno senso in una campagna militare ma sarebbero nefaste in una prova scritta.

Un candidato capace e abile dovrebbe fingersi incapace e maldestro.

Questo significa che nella prima parte dei suoi elaborati dovrebbe elencare una serie di sciocchezze di portata così devastante da non lasciare dubbi sulla sua inidoneità, per poi cominciare a correggere la rotta nella parte mediana ed emergere in tutta la sua brillantezza nella parte finale.

Disgraziatamente non funzionerebbe perché nessuno saprebbe mai cosa il candidato ha scritto al centro e alla fine. Si creerebbe senz’altro il paradosso suggerito da Sun Tzu ma in un senso contrario a quello da lui auspicato: più efficace sarebbe l’inganno, più certa sarebbe la morte prematura dell’interessato.

Per una semplicissima ragione: tendo a credere che L’arte della guerra, cioè l’opera che ha consegnato Sun Tzu alla storia, non sia tra i libri che i commissari tengono sul comodino; la raffinata sofisticazione suggerita dal generale/filosofo con loro non attecchirebbe.

Escluse queste prime suggestioni, penso invece di poter valorizzare due diversi consigli: “Non bisogna organizzare i propri piani in base a ciò che il nemico potrebbe fare, ma alla propria preparazione” e “Nel mezzo del caos c’è anche l’opportunità”.

Vediamo come.
 

Concorso magistratura: la strategia e la preparazione

Sun Tzu ci dà un consiglio prezioso: puntare su ciò che sappiamo e siamo preparati a fare piuttosto che sulle mosse del nemico (in senso metaforico), intendendosi per tale la commissione nel suo complesso e ognuno dei suoi componenti nella sua individualità.

Non sto dicendo di dimenticare che saranno quei nemici (sempre in senso metaforico) a giudicarci, questo dovremo tenerlo sempre presente, sto dicendo solo che dobbiamo prepararci al giudizio con le nostre armi anziché perder tempo a capire quali sono le loro.

Nel passato in realtà si faceva anche questo: i candidati più avveduti studiavano i profili dei commissari e l’elenco delle loro pubblicazioni per capire a quali scuole di pensiero appartenessero, quale fosse la loro piramide valoriale e quali gli interessi scientifici che privilegiavano nell’attività di ricerca.

Questo lavorio avveniva su un presupposto abbastanza veritiero: che in ambito concorsuale il pensiero valesse più delle prassi applicative e la dottrina valesse più della giurisprudenza.

Compiuta la profilazione, i più diligenti e determinati entravano in azione e, sapendo che il diritto amministrativo era conteso tra due grandi scuole, quella di Massimo Severo Giannini e quella di Aldo Sandulli, acquistavano i manuali di entrambi e li studiavano in modo incrociato, cogliendo assonanze e differenze.

Lo stesso facevano per la prova di diritto penale, dando per imprescindibile il manuale di Francesco Antolisei ma aggiungendo quelli più autorevoli secondo il periodo (Mantovani, Fiandaca/Musco e gli altri che sono seguiti).

Lo stesso facevano per la prova di diritto civile.

Questo impegno era prezioso allora e lo sarebbe anche oggi ma alcune delle coordinate sono cambiate: il rapporto tra dottrina e giurisprudenza è mutato a favore di quest’ultima, l’accademia ha perso forse un po’ di prestigio, il pensiero in genere ha perso un po’ di attrattiva, la stessa esistenza di tesi contrapposte e del relativo dibattito è meno seduttiva che in passato, vivendo tutti noi in un periodo in cui dilagano i pensieri forti (e forte non è quasi mai sinonimo di giusto o corretto) e resta ai margini il pensiero debole o laterale.

Ci sarebbe poi da capire se a questa promozione del pensiero unico stiano concorrendo le scuole di preparazione ai concorsi che fioriscono da molti anni a questa parte.

Prima si contavano sulle dita di una mano, ora sono tante. Gli si può senz’altro riconoscere il merito di colmare lacune formative dei nostri atenei e di compiere una preziosa opera di alfabetizzazione giuridica ai livelli più elevati necessari per chi affronta concorsi che richiedono conoscenze complesse. Ma c’è un prezzo da pagare ed è la progressiva estinzione di percorsi conoscitivi individuali e con essi di gran parte della libertà creativa che ognuno di noi possiede.

Comunque sia, il candidato fa sempre più fatica a cogliere differenze in chi gli sta di fronte e allora fa meglio a puntare prioritariamente su se stesso.

Chiarito questo primo punto, e mettendo comunque in conto che tanti possano essere in disaccordo con ciò che ho appena detto, mi pare che dal punto di vista della preparazione si possano individuare due tipologie di candidati: la prima, oggi senz’altro prevalente, è propria di coloro che puntano sulla massimizzazione della conoscenza; la seconda, storicamente e fisiologicamente minoritaria, è composta da coloro che puntano all’acquisizione degli strumenti di conoscenza.

Comincio dalla prima tipologia e pongo una domanda scontata: che deve fare chi sa molte cose?

La risposta è altrettanto scontata: le usi quanto più può.

Da qui la strategia.

Una volta decifrati gli indicatori della traccia e schivate le prime trappole, il candidato ha ormai capito cosa è cruciale nell’economia dell’elaborato che gli è chiesto.

La sua arma più preziosa è l’abbondanza di riferimenti e se ne deve servire a fondo.

Potrà quindi permettersi di tracciare senza sbandamenti un vivido mosaico degli istituti d’interesse e dei loro elementi costitutivi, degli indirizzi interpretativi che li hanno vivisezionati e degli eventuali conflitti che ne sono derivati, del complesso normativo che ne costituisce la fonte e dei principi costituzionali e sovranazionali che li animano.

Il candidato che sappia fare tutto questo in modo completo, chiaro, elegante e armonioso può sentirsi ragionevolmente sicuro di essere ammesso agli step successivi.

Non ci si aspetteranno da lui voli pindarici e predizioni sul futuro e se ne apprezzeranno la solidità e l’affidabilità.

Il secondo tipo di candidato è uno che spicca non per ciò che sa ma per la capacità di capire cosa gli serve sapere e per la destrezza con cui è in grado di procurarselo.

Le sue possibilità non sono legate alla robustezza della struttura che è in grado di erigere attorno alla maggior parte degli argomenti.

La sua sopravvivenza è affidata a segni piuttosto che cose, ad arabeschi piuttosto che linee rette.

È quel candidato che, senza che gli serva conoscere le mille pieghe della giurisprudenza di legittimità, sa per conto suo che la penalizzazione della condotta di chi tiene sul balcone due vasi con altrettante piantine di cannabis sativa è una sonora sciocchezza ed è in grado di argomentarlo.

È quell’altro candidato che, se fosse già giudice, non si sognerebbe di chiedere alle Sezioni unite penali “se lo spazio minimo per ciascun detenuto, fissato in tre metri quadri dalla Corte EDU, debba essere calcolato al netto della superficie occupata da mobili e strutture tendenzialmente fisse ovvero includendo gli arredi necessari allo svolgimento delle attività quotidiane di vita; se assuma rilievo, in particolare, nella determinazione dello spazio minimo disponibile, quello occupato dal letto o dai letti nelle camere a più posti, indipendentemente dalla struttura del letto “a castello” o “singola”, ovvero se debba essere detratto, per il suo maggiore ingombro e minore fruibilità, solo il letto a castello; se, infine, nel caso di accertata violazione dello spazio minimo disponibile (3 mq), secondo il corretto criterio di calcolo, da determinarsi al lordo o al netto dei mobili, possa comunque escludersi la violazione dell’art. 3 della Cedu nel concorso di altre condizioni, come individuate dalla stessa Corte EDU (breve durata della detenzione, sufficiente libertà di movimento al di fuori della cella con lo svolgimento di adeguate attività, dignitose condizioni carcerarie) ovvero se tali fattori compensativi incidano solo quando lo spazio pro capite sia compreso tra i 3 e i 4 mq”.

Non lo farebbe perché lo saprebbe da solo che tre metri quadri sono una miseria e se ci metti gli arredi sono parenti del nulla.

In definitiva, questo secondo idealtipo di candidato ha dalla sua un senso autonomo del diritto, delle sue logiche, delle sue necessità e della composizione di interessi di cui è frutto.

Ed è su questo che dovrà puntare.

 

Concorso magistratura: la strategia, il caos e l’opportunità

Abbastanza di frequente le tracce delle prove scritte del concorso in magistratura sono ricavate da eventi giurisprudenziali di un certo rilievo che risolvono un conflitto interpretativo o comunque hanno un particolare valore sistematico.

Mi servo come d’abitudine di un esempio concreto e per una volta, anziché ricorrere all’elenco ministeriale, ipotizzo io stesso la traccia.

Immaginiamola così: “Premessi brevi cenni alla fattispecie associativa mafiosa prevista dall’art. 416-bis cod. pen., chiarisca il candidato se la mera affiliazione ad un'associazione a delinquere di stampo mafioso c.d. storica, effettuata secondo il rituale previsto dall'associazione stessa, costituisca fatto idoneo a fondare un giudizio di responsabilità in ordine alla condotta di partecipazione, tenuto conto della formulazione del citato articolo 416-bis e della struttura del reato dalla norma previsto”.

Do per scontato che il candidato sia a conoscenza del prolungato dibattito che ha caratterizzato il tema centrale della traccia, cioè il rilievo dell’affiliazione rituale ai fini dell’integrazione della condotta partecipativa, e della soluzione offerta di recente dalle Sezioni unite penali con la sentenza n. 36958/2021.

Questo specifico candidato sarà dunque in grado di rappresentare correttamente quel dibattito e di analizzare con efficacia la pronuncia delle Sezioni unite e le ragioni che l’hanno giustificata.

Fatto questo, l’interessato può attendersi legittimamente un giudizio positivo (quanto positivo dipenderà poi dai criteri valutativi generali della commissione d’esame, dalla correttezza formale del linguaggio, dalla tecnica argomentativa, dall’equilibrio interno dell’elaborato e da altri fattori impalpabili che sarebbe vano elencare).

Il candidato potrebbe a questo punto considerare adempiuto il suo impegno e fermarsi, essendo legittimato a farlo.

Oppure no.

Potrebbe scegliere di andare avanti, essendo tuttavia consapevole che avanti potrebbe trovare un’aggiunta di brillantezza che lo farebbe spiccare tra i tanti oppure imbattersi in ostacoli imprevisti che, se non schivati, metterebbero a rischio la sicurezza già raggiunta.

Se si risolvesse per la prima opzione, la scelta sarebbe obbligata e consisterebbe nella messa in discussione della decisione delle Sezioni unite.

Il candidato dovrebbe farsi domande e poi dare risposte.

Ancora un esempio tra i tanti possibili.

La sentenza n. 36958 citata ha individuato le massime d’esperienza come strumento per l’attribuzione di senso ai dati cognitivi.

Le Sezioni unite, muovendosi sulla scia della decisione Mannino, a sua volta tributaria della decisione Franzese, hanno in sostanza affermato che le massime d’esperienza devono guidare la dimostrazione non solo della materialità della condotta ma anche della sua traduzione in un contributo concreto alla vita associativa.

Il candidato, preso atto di questo e ricordato ulteriormente che la sentenza Mannino fa coincidere l’evento del delitto associativo mafioso con la conservazione e il rafforzamento dell’associazione, potrebbe riflettere sulla metaforicità di questi due concetti che sono privi di un contenuto sufficientemente determinato e si espongono quindi al rischio di valutazioni arbitrarie.

Potrebbe ugualmente rappresentarsi che l’uso di massime al posto di inesistenti leggi scientifiche implica criteri di collegamento fondati sul criterio di ciò che normalmente accade sicché non si fa altro che proporre stime probabilistiche tutt’altro che risolutive.

E potrebbe quindi sottolineare quanto sia problematica l’assegnazione di un reale valore causale alle condotte incriminate, non tralasciando peraltro di considerare che eventi naturalistici come il mantenimento in vita della compagine criminale o il suo rafforzamento tendono a sottrarsi a un accertamento fondato sulla causalità materiale.

Ecco allora avverarsi la condizione cui è riferita la massima di Sun Tzu.

C’è un caos, dato dalla difficoltà di dare un contenuto alla condotta di partecipazione ad un’associazione mafiosa.

C’è una risposta, quella data dalle Sezioni unite.

C’è un’opportunità, quella di indagare ancora, di servirsi liberamente del proprio intelletto.

E se non è affatto detto che l’esercizio di questa libertà ci renda felici, come sosteneva Aristotele, possiamo comunque credere che ci dia un aiuto prezioso.

(Fine)