Le ultime parole di san Domenico

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Indice:

1. Il Giubileo

2. Gli ultimi giorni

3. Le raccomandazioni finali

 

1. Il Giubileo

Il 6 di gennaio del 2021, coincidendo significativamente con la solennità dell’Epifania, l’Ordine dei Frati Predicatori, in comunione con l’intera Famiglia Domenicana, ha aperto l’ottavo centenario dalla nascita al Cielo di san Domenico. Il santo fondatore infatti morì il 6 agosto del 1221 a Bologna, piegato da una vita di fatiche e privazioni culminante in una grave dissenteria[1]. Egli, la cui età presunta non superava certamente i cinquant’anni, lasciava un ordine religioso già ben strutturato, abbastanza maturo da aver, in buona sostanza, compreso quel prezioso carisma affidatogli dal suo santo padre.

Non solo per coloro che appartengono alla Famiglia Domenicana, religiosi, religiose e laici, ma per tutta la cristianità questa è un’occasione per meditare l’esempio di un uomo pienamente evangelico. San Domenico infatti incarnò in modo eccellente non solo il bisogno di annunciare Cristo al mondo, ma anche e soprattutto lo scandalo e il dolore di vedere lo splendore di un’anima offuscarsi per l’assenza della sua Luce.

Mentre quindi, da frate Predicatore, con gioia invito tutti i lettori ad approfondire questa stupenda figura, nello studio e nella preghiera, consentitemi, in questo articolo, d’iniziare dalla fine.

 

2. Gli ultimi giorni

I frati del convento di Bologna non ebbero solo il privilegio di conservare le spoglie mortali di san Domenico, mirabile ufficio portato avanti fino ad oggi, ma anche di assistere ai suoi ultimi istanti. Le più antiche testimonianze circa questo evento risalgono agli anni ’30 del XIII secolo: si tratta da un lato degli Atti del processo di canonizzazione del santo, dall’altro del cosiddetto Libellus, opera del beato Giordano di Sassonia, secondo Maestro dell’Ordine, nella quale la vita di san Domenico è inserita in una più generale narrazione delle origini della nuova famiglia religiosa[2].

Dalle fonti è possibile ricostruire le circostanze della vicenda: nel luglio del 1221 san Domenico va a Venezia per incontrare il suo amico, nonché futuro papa Gregorio IX, cardinale Ugolino di Ostia. Di seguito, già malato e debole, si reca a Bologna, dove risiede presso i suoi frati a San Niccolò, ovvero l’attuale convento a lui dedicato. Qui la debolezza, unita all’insalubre clima estivo bolognese[3], porta il corpo del santo al crollo, tanto che i frati, disperati, tentano di agevolarne la ripresa conducendolo al santuario di Santa Maria del Monte, sui colli limitrofi alla città.

Il trasferimento non genera benefici e san Domenico, sapendo vicina la fine, comanda ai suoi di riportarlo in convento, temendo infatti che il suo corpo venga trafugato dai monaci che custodivano il santuario. Affrettandosi quindi per le vie della città, i frati trasportano il morente fondatore nuovamente a San Niccolò dove, circondato dall’intera comunità, muore santamente[4].

Le fonti di questo breve racconto riportano non solo la vicenda, ma anche alcune delle ultime parole del santo. Proprio su queste proverò a costruire una riflessione che possa essere la base di un percorso proficuo di discepolato spirituale sulle orme di san Domenico stesso.

 

3. Le raccomandazioni finali

Il beato Giordano di Sassonia, concordemente con i testimoni diretti, riporta che san Domenico, anche sul letto di morte, non smise di esortare alla virtù i suoi frati e diede loro consigli pratici di santa vita.

Secondo l’autore del Libellus, il santo, dopo aver messo in guardia i suoi figli contro i pericoli insiti nella frequentazione delle giovani donne, disse: «Vedete fino ad oggi la misericordia di Dio mi ha conservato nell’incorruzione della carne, tuttavia devo confessare di non essere riuscito a liberarmi da questa imperfezione, di provare, cioè, più attrazione nel parlare con donne giovani che non nel conversare con delle vecchie[5]».

Una simile confessione, in bocca a un santo la cui stessa iconografia, nel giglio, ne testimonia la purezza, appare, specie a noi contemporanei, divertente e forse un po’ eccessiva. D’altro canto, un animo più malizioso potrebbe trovarvi traccia della presenza, anche in san Domenico, della tanto decantata misoginia medievale.

Bisogna tuttavia ricordare non solo che il Nostro fu fondatore ed affettuosa guida di diversi monasteri femminili, che confluiranno poi nel ramo femminile dell’Ordine, ma che ebbe anche diverse figlie spirituali. La sua premura verso le donne è propria quindi non di un misogino diffidente ma di un uomo in grado di vivere serenamente, nello spirito e nella quotidianità, la sua naturale attrazione verso l’altro sesso[6].

La personale confessione va quindi letta come il prudente avvertimento rivolto verso un certo modo maschile di rapportarsi alla femminilità. Nelle parole di san Domenico scorgiamo il riflesso, tenue eppure presente anche in quell’anima candida, di quella virile tendenza ad associare primariamente il piacere del contatto con una donna alla sua avvenenza fisica. Individuando in questo elemento il pericolo di simili rapporti, san Domenico non raccomanda un innaturale distacco fra i due sessi, bensì un virtuoso processo di purificazione che ci consenta d’amare prima di tutto il modo femminile dell’amore. Questo insegnamento vale, ovviamente, anche per le lettrici, che il santo chiama ad accostarsi alla mascolinità dando la precedenza non alla sua espressione fisica ma allo speciale aroma che questa dona all’amore.

Di differente tenore è la seconda frase sulla quale vorrei brevemente riflettere. Fra Ventura da Verona, negli Atti del processo di Bologna, così la riporta: «Io vi sarò di maggiore utilità ed aiuto da morto, di quanto non sia stato durante la mia vita[7]»; fra Rodolfo da Faenza invece, nel medesimo testo, ne dà una versione solo leggermente differente: «Non piangete: perché io vi sarò più utile nel luogo dove sto andando, di quanto non lo sia stato qui[8]». Il contenuto è il medesimo e possiamo così parafrasarlo: «Nonostante voi già piangiate la mancanza di quell’utilità che viene dalla mia guida, io vi dico che dovreste invece gioire, poiché quella stessa utilità sarà aumentata e non diminuita dalla mia dipartita».

Ciò che ci colpisce ascoltando parole simili, consuete alle labbra dei santi, è la profonda percezione della realtà della preghiera che trasudano. Mentre a noi, uomini e donne imperfetti e manchevoli nella fede, appare più reale l’atto concreto che l’atto della preghiera, in relazione ad un qualunque fine da raggiungere, il santo ha una percezione ribaltata. Ai suoi occhi appare chiaro ed evidente che, data l’infinita disparità fra le nostre forze e quelle di Dio, e posto che l’efficacia di un’azione rivolta ad un fine sia proporzionata alla forza cui può rivolgersi, una preghiera santa è più efficace di un atto concreto, per quanto ispirato e ben diretto. Anche se con la mente molti cristiani sono consapevoli di ciò, fatichiamo ad accettarne la realtà.

Basta pensare ad un caso semplice: prendiamo un individuo malato e consideriamo due suoi amici, uno vicino ed uno lontano geograficamente. Il primo lo assiste concretamente nella degenza, mentre il secondo lo accompagna con una fervida e costante preghiera, non potendo raggiungerlo in altro modo; riusciremmo noi a dire, con convinzione, che l’aiuto fornito dai due amici ha, perlomeno, lo stesso, identico valore? Provate, cari lettori, a porvi questa domanda e se la risposta più sincera sarà simile alla mia, avrete compreso la grandezza di san Domenico.

Volendo andare più a fondo, possiamo aggiungere che, a dire questo, non è stato un monaco, bensì un religioso attivissimo, fermatosi solo per morire. Le sue parole quindi non possono essere lette come una preferenza rivolta alla preghiera rispetto che all’azione pratica, bensì come la lieta consapevolezza della Grazia che stava per ricevere. San Domenico infatti, uomo di profonda obbedienza, amò il prossimo nei modi che Dio, suo primo amore, gli concedeva volta per volta, senza mai anteporvi la propria volontà. Egli quindi, conscio della grandezza che la nascita al Cielo gli presentava, fu lieto perché comprese quale immenso sostegno il Signore lo chiamava a dare.

L’invito quindi che tutti noi cristiani dobbiamo comprendere e vivere è contenuto nella docile felicità di san Domenico: invece di considerare le diverse circostanze della nostra vita come utili o d’ostacolo al raggiungimento dei nostri fini, siano essi anche i più alti, proviamo a vivere cogliendo in ogni situazione, anche nella morte, un’opportunità differente di vivere e donare quella carità che, nella preghiera, non è mai troppo distante dalle nostre forze. Così facendo non solo saremo amici del presente piuttosto che schiavi del futuro, ma impareremo pian piano a cogliere ed a vivere profondamente l’attualità di Dio nel mondo.

 

[1] Cf Humbert Vicaire, Storia di San Domenico (a cura di fra Valerio Ferrua OP), Edizioni Paoline, Roma 1983, pp. 642-646.

[2] Il titolo completo dell’opera è Libellus de initio Ordinis Fratrum Preadicatorum (Libercolo sull’inizio dell’Ordine dei Frati Predicatori). Il testo fu redatto alle soglie della canonizzazione di Domenico, avvenuta nel 1234. Gli Atti cui si fa riferimento sono quelli relativi al processo di canonizzazione del santo, ottenuti raccogliendo le testimonianze dei frati bolognesi che lo conobbero. Ad essi si affiancano i risultati di interrogazioni effettuate in terra francese, riferite primariamente all’attività di predicazione del santo; questi ultimi non interessano l’attuale approfondimento. Il lettore potrà fruire di tutti e tre questi testi, tradotti in lingua italiana, nel seguente volume; nel citare i documenti anche io farò riferimento ad esso: Pietro Lippini (a cura di), San Domenico visto dai suoi contemporanei, ESD, Bologna 1998.

[3] Il lettore consideri che l’area attorno al convento di San Niccolò era, nel XIII secolo, paludosa; inoltre è possibile ipotizzare che, in generale, il clima fosse un poco più umido e caldo di quello attuale; cf Vicaire, Storia di San Domenico, p. 644.

[4] Il beato Giordano, non presente alla morte del fondatore, riporta l’episodio in Libellus, nn. 92-94; negli Atti del processo di Bologna invece abbiamo la testimonianza di due frati che assistettero al trapasso: fra Ventura da Verona, ai numeri 7-8, e fra Rodolfo da Faenza, ai numeri 33-34. Il lettore che volesse verificare noterà la sostanziale concordanze delle fonti, più stringente nei due testimoni diretti.

[5] Giordano di Sassonia, Libellus, n. 92. 

[6] Cf Lippini, San Domenico, pp. 157-158, nota 144.

[7] Cf Atti del processo di Bologna, n. 8.

[8] Cf ivi, n. 33.

Letture consigliate

  • Humbert Vicaire, Storia di San Domenico (a cura di fra Valerio Ferrua OP), Edizioni Paoline, Roma 1983.
  • Pietro Lippini (a cura di), San Domenico visto dai suoi contemporanei, ESD, Bologna 1998.