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Corte Costituzionale: nessuna valutazione preventiva di ammissibilità per il riconoscimento di paternità

11 febbraio 2006 -
Nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 274 del codice civile, promosso con ordinanza del 26 novembre 2004 dalla Corte di cassazione, nel procedimento civile, iscritta al n. 57 del registro ordinanze 2005 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, n. 8, prima serie speciale, dell’anno 2005.

Ritenuto in fatto

1. – Con ordinanza depositata il 26 novembre 2004, la Corte di cassazione – nel corso di un giudizio avverso una sentenza della Corte d’appello di Venezia che aveva dichiarato improponibile l’azione per la dichiarazione giudiziale di paternità naturale per la carenza della previa dichiarazione di ammissibilità dell’azione – ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3, 24, 30 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 274 del codice civile «nella parte in cui subordina al previo esperimento di una procedura delibatoria di ammissibilità l’esercizio dell’azione di riconoscimento di paternità naturale promossa da un soggetto maggiorenne ai sensi del precedente art. 269 c.c.».

Premette la Corte rimettente di avere sollevato analoga (ma non identica) questione, nel corso del medesimo processo, con ordinanza del 3 luglio 2003, nella quale il dubbio di legittimità della suddetta disposizione era diffusamente argomentato con riferimento a quattro distinti profili: a) la sopravvenuta irragionevolezza intrinseca della norma, con riguardo alla sua originaria ratio di tutela del convenuto a fronte di avverse iniziative pretestuose o temerarie; b) il suo carattere discriminatorio nei confronti dei figli naturali, non essendo analogo procedimento delibatorio previsto per la corrispondente azione di accertamento della filiazione legittima; c) il carattere obiettivamente ostativo della procedura rispetto alla tutela dei diritti fondamentali dei figli naturali, attinenti al loro status ed alla loro identità biologica; d) la dubbia compatibilità del procedimento di ammissibilità, quale modellato dal diritto vivente, con il canone della ragionevole durata del processo, a sua volta coessenziale al giusto processo.

Detta questione è stata dichiarata manifestamente inammissibile, con ordinanza n. 169 del 2004, in ragione di una duplice carenza di motivazione: da un lato, in punto di rilevanza, quanto all’eccezione, formulata nel giudizio a quo dai convenuti, di intervenuto giudicato sulla inammissibilità della domanda; dall’altro, in punto di non manifesta infondatezza, per l’omessa considerazione, da parte della Corte rimettente, della concorrente finalità di tutela del minore assegnata al procedimento delibativo sub art. 274 cod. civ. dalla sentenza n. 341 del 1990 e ribadita dalla successiva pronuncia n. 216 del 1997.

Tutto ciò premesso, osserva il giudice rimettente che la riproposizione della questione – previa integrazione della motivazione – costituisce a questo punto «atto istituzionalmente dovuto», stante la persistenza del dubbio di legittimità costituzionale ed essendo d’altro canto pacifica, nella giurisprudenza costituzionale, la emendabilità delle carenze motivazionali che abbiano condotto alla declaratoria di inammissibilità della questione.

Ai fini, dunque, dell’integrazione della motivazione sulla rilevanza, precisa la Corte di cassazione che non è ravvisabile alcun giudicato nella sentenza della stessa Corte n. 8342 del 1999, che ebbe a cassare l’ordinanza di sospensione del giudizio di merito in pendenza del procedimento delibatorio. Con quella sentenza, infatti, la Corte demandò al giudice di primo grado «di decidere egli (né evidentemente avrebbe potuto farlo essa nella sede del regolamento di competenza ex art. 42, nuovo testo, del codice di procedura civile), sulla questione della proponibilità dell’azione di riconoscimento nella carenza attuale di un provvedimento definitivo di autorizzazione ex art. 274 c.c.», cosicché quella sentenza null’altro configura che un giudicato sulla competenza a procedere del giudice adito, che aveva erroneamente sospeso il processo. Con la conseguenza, dunque, che è stato solo il Tribunale, adito con l’azione di dichiarazione giudiziale, ad escluderne l’ammissibilità, per difetto del presupposto processuale di cui all’art. 274 cod. civ., con sentenza confermata dalla Corte di appello, avverso la cui pronuncia è stato proposto il ricorso per cassazione di cui si tratta.



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n.7770 - ISSN 2239-7752

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