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Gli ordini di protezione contro gli abusi familiari

09 agosto 2009 -

La disciplina relativa agli ordini di protezione contro gli abusi familiari è relativamente recente, in quanto introdotta con la Legge 4 aprile 2001, n. 154[1], a seguito della quale il codice civile è stato arricchito degli art. 342 bis e ter, mentre nel codice di procedura civile ha visto la luce l’art. 736 bis.

Si cercherà di seguito di tracciare una sintesi di quella che è stata, ad oggi, l’interpretazione giurisprudenziale di questo nuovo strumento di tutela dei soggetti più deboli in ambito familiare.

I presupposti.

L’art. 342 bis, c.c. prevede che gli ordini di protezione contro gli abusi familiari vengano disposti “quando la condotta del coniuge o di altro convivente è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente”.

Alla base dei provvedimenti ex art. 342 ter, c.c., pertanto, vi sono due distinte circostanze:

(i) la convivenza;

(ii) una condotta gravemente pregiudizievole all’integrità fisica.

La “convivenza”.

L’applicazione delle misure di protezione presuppone che la vittima ed il soggetto cui viene addebitato il comportamento violento vivano all’interno della medesima casa, in quanto l’art. 5 della L. 154/2001 fa esclusivo riferimento al nucleo costituito dai familiari conviventi[2]. Tale considerazione muove dal fatto che gli ordini di protezione non hanno soltanto la funzione di interrompere situazioni di convivenza turbata, ma soprattutto quella di impedire il protrarsi di comportamenti violenti in ambito domestico[3].

Il requisito della convivenza (inteso come “perdurante coabitazione”[4]) va peraltro inteso sussistente anche quando vi sia stato l’allontanamento, provocato dal timore di subire violenza fisica del congiunto, mantenendo nell’abitazione familiare il centro degli interessi materiali ed affettivi[5].

Non manca poi un diverso orientamento secondo il quale sarebbe ammissibile la domanda di misure di protezione anche a seguito della cessazione della convivenza[6].

La “condotta gravemente pregiudizievole all’integrità fisica”. Va anzitutto evidenziato come il presupposto per la concessione dell’ordine di protezione non è rappresentato, in sé, dalla condotta del convivente nei cui confronti si richiedono le misure di protezione, bensì dall’esistenza di un pregiudizio grave all’integrità fisica, “morale”[7] o alla “libertà personale”[8] patito dal familiare convivente, imputabile (questo sì) in termini causali alla condotta dell’altro[9].

La circostanza in parola si basa, in altri termini, (i) sulla esistenza di fatti violenti dai quali siano derivate non insignificanti lesioni alla persona, ovvero di una situazione di conflittualità tale da poter prevedibilmente dare adito al rischio concreto ed attuale, per uno dei familiari conviventi, di subire violenze gravi dagli altri, nonché (ii) sulla verificazione di un "vulnus" alla dignità dell’individuo di entità non comune, in relazione alla delicatezza dei profili della dignità stessa concretamente incisi, ovvero per le modalità “forti” dell’offesa arrecata e per la ripetitività o la prolungata durata nel tempo della sofferenza patita dall’offeso[10], indipendentemente da qualsiasi indagine sulle cause dei comportamenti violenti e sulle rispettive colpe nella determinazione della situazione[11].

Autore delle condotte pregiudizievoli può essere sia un coniuge[12] nei confronti dell’altro[13] (anche con l’appoggio e la partecipazione attiva degli altri familiari[14]), sia il genitore verso i figli[15] (anche quando i maltrattamenti non sono commessi direttamente sulla persona del minore, ma indirettamente, nei confronti di stretti congiunti a lui cari[16]) che questi ultimi verso i genitori[17]. La condotta pregiudizievole di regola è caratterizzata dal verificarsi di reiterate azioni ravvicinate nel tempo, consapevolmente dirette a ledere i beni tutelati, e non da singoli episodi compiuti a distanza di considerevole tempo tra loro[18].



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Tribunale Bologna 24.07.2007,
n.7770 - ISSN 2239-7752

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