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Delitto di ricettazione e commercio di prodotti falsi

Ipotesi in cui non sia stata effettuata la perizia sui beni contraffatti 27 gennaio 2013 -

Sempre più frequentemente si verificano ipotesi in cui le forze dell’ordine – impegnate nella repressione di delitti contro il patrimonio – si imbattono in situazioni di vendite illegittime di merce contraffatta (borse, cinture, capi di abbigliamento e accessori vari…). Le varie circostanze possono senz’altro differire l’una dall’altra, per quello che attiene le specifiche modalità di esecuzione del reato, ma le fattispecie criminose in esame sono assolutamente simili negli elementi fondamentali.

Il fatto che si verifica, solitamente, è quello di persone di origine extracomunitaria che, in possesso di un determinato quantitativo di varia merce contraffatta (alle volte anche molto consistente), viene trovata nell’atto di venderla per strada, in spiaggia, utilizzando camion (e comunque in tutti luoghi impropri per la vendita).

In tal caso, l’imputazione che ne deriva è quella prevista dal combinato disposto degli articoli 648 e 474 Codice Penale.

L’articolo 648 Codice Penale titolato “ricettazione” prevede che “fuori dei casi di concorso nel reato, chi, al fine di procurare a sè o ad altri un profitto, acquista, riceve od occulta denaro o cose provenienti da un qualsiasi delitto, o comunque si intromette nel farle acquistare, ricevere od occultare, è punito con la reclusione da due ad otto anni e con la multa da 516 euro a 10.329 euro.

La pena è della reclusione sino a sei anni e della multa sino a 516 euro, se il fatto è di particolare tenuità.

Le disposizioni di questo articolo si applicano anche quando l’autore del delitto, da cui il denaro o le cose provengono, non è imputabile o non è punibile ovvero quando manchi una condizione di procedibilità riferita a tale delitto”.

L’articolo 474 Codice Penale titolato “Introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi” prevede che “chiunque, fuori dei casi di concorso nei delitti preveduti dall’articolo precedente, introduce nel territorio dello Stato per farne commercio, detiene per vendere, o pone in vendita, o mette altrimenti in circolazione opere dell’ingegno o prodotti industriali, con marchi o segni distintivi, nazionali o esteri, contraffatti o alterati, è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a lire quattro milioni. Si applica la disposizione dell’ultimo capoverso dell’articolo precedente”.

Riguardo alla duplicità di contestazione (prevista dagli articoli 474 e 648 Codice Penale) deve ritenersi, in premessa, che il delitto di ricettazione previsto all’articolo 648 Codice Penale e quello di commercio di prodotti con segni falsi previsto dall’articolo 474 Codice Penale "possono concorrere, in quanto, da un lato, tra le fattispecie incriminatrici non sussiste un rapporto di specialità, e dall’altro, non ricorrono gli estremi dell’assorbimento del primo delitto nel secondo" (Cass. Sez. un. 9/5/2001, n. 23427).

In particolare, affinché si realizzi il reato previsto e punito dall’articolo 648 Codice Penale è comunemente ritenuto in giurisprudenza che il presupposto materiale per la commissione di tale reato sia che anteriormente a esso sia stato commesso un altro delitto (il reato presupposto) al quale però il ricettatore non abbia in alcun modo partecipato; a ben vedere, però, dal tenore letterale della norma si richiede una connotazione aggiuntiva: il bene deve provenire da delitto, ossia il delitto deve essere lo strumento tramite il quale il bene entra nella disponibilità del dante causa. Il soggetto attivo della ricettazione può quindi essere “chiunque” ad esclusione dell’autore del delitto presupposto e naturalmente la vittima del delitto precedente.

Mentre il reato di cui all’articolo 474 Codice Penale sussiste ogniqualvolta venga accertato lo svolgimento del commercio con marchio contraffatto, non essendo oltretutto necessaria una situazione tale da trarre in inganno il cliente sulla genuinità della merce (cfr, ex plurimis, Cass. Sez. 5, sent. 15 gennaio - 5 marzo 1999, n. 3028, Derretti). Difatti la fattispecie di reato prevista dalla suddetta norma è volta a tutelare, in via principale e diretta, non tanto la libera determinazione dell’acquirente ma la pubblica fede, intesa come affidamento dei cittadini nei marchi o segni distintivi, che individuano le opere dell’ingegno o i prodotti industriali e ne garantiscono la circolazione, trattandosi di reato di pericolo, per la cui configurazione non è necessaria l’avvenuta realizzazione dell’inganno (Corte di Cassazione Sezione 2 Penale, Sentenza del 2 luglio 2010, n. 25073).



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