Agire e sapere: la dimensione sociale della conoscenza

Recensione a "Società e conoscenza" di Franco Crespi
©ANUAR AREBI
©ANUAR AREBI

Indice:

1. Che cos’è la sociologia della scienza?

2. La cultura come “mappa” del mondo

3. Dalla lotta di classe all’interculturalità: autori e prospettive nella sociologia della conoscenza

4. La realtà come costruzione sociale

5. Oltre la distinzione scienza/società: la sociologia della scienza

6. In conclusione: breve elogio della dimensione sociale del sapere


1. Cos’è la sociologia della scienza?

Campo per sua stessa natura liminale ed interdisciplinare, sempre in dialogo con altre branche del sapere, la sociologia della conoscenza è forse tra le più ambiziose indagini che il pensiero sociologico abbia intrapreso.

Pur essendo oggi un sentiero poco battuto, in passato essa ha impegnato non pochi pensatori in vivaci dibattiti, che, pur nella diversità apparente degli approcci, hanno chiarificato il ruolo degli elementi sociali nella pratica conoscitiva umana.

Appare quindi pregevole il tentativo (a nostro parere più che riuscito) di Franco Crespi di sistematizzare in un’agile introduzione i principali contributi che hanno negli anni dato forma a questo campo d’indagine.

Essendo un testo introduttivo e molto generale, non si mira a trattazioni approfondite di ogni autore, quanto piuttosto a mettere in campo una sintesi coerente e convincente dell’intera storia della disciplina, così da mostrare al lettore i processi che hanno portato molti studiosi a convergere sull’importanza di alcune tematiche.

Sotto questo aspetto, appare eccellente il risultato ottenuto da Crespi, che dall’Introduzione fino all’appassionata chiusura delle Conclusioni guida il lettore attraverso l’itinerario che ha portato epistemologi, filosofi del linguaggio, antropologi e sociologi ad interessarsi del delicato e intricato rapporto tra conoscenza e società.

 

2. La cultura come “mappa” del mondo

La trattazione parte dalle fondamenta della sociologia della cultura, con analisi approfondite del ruolo svolto dalle pratiche culturali nel dare forma al mondo, fornire risposte a domande umane, regolare le relazioni intersoggettive e aiutarci a vivere la vita.

Nel fare ciò, ogni cultura costruisce immagini coerenti della realtà, ordinata e interpretabile, ma mai pienamente esaustive.

Spesso tali costruzioni appaiono così naturali agli attori sociali che essi non si accorgono della natura costruttiva di tali conoscenze.

Alla storia della progressiva "demolizione" dell’idea di oggettività come puro adeguamento a una realtà data è dedicato il primo capitolo, che mostra come il pragmatismo prima e Heidegger poi abbiano ricongiunto i poli del conoscere e dell’agire, disgiunti dalla tradizione razionalista che dalla Grecia classica si spinge fino al positivismo.

Ponendo in contrapposizione la conoscenza oggettiva del mondo e la sfera mutevole dell’azione umana, tale tradizione non poteva cogliere il carattere costruttivo della conoscenza.
Una volta messo in evidenza tale legame emergono subito alcuni elementi di riflessione: la nostra percezione del mondo è mediata principalmente dal linguaggio e dalle presupposizioni sociali che sottostanno alla nostra osservazione.

Tali elementi ci mettono in relazione con il mondo ma lo fanno in maniera radicalmente parziale, "ritagliando" porzioni di senso a seconda di ciò che si cerca e di ciò che i nostri strumenti concettuali ci permettono di vedere.

Così, nel capitolo secondo si analizzano alcune delle modalità conoscitive che l’umanità ha usato nei secoli per rapportarsi con il mondo. Diverse fra loro, poste in maniera avalutativamente critica l’una accanto all’altra, senza per questo porle necessariamente sullo stesso piano, tali sistemi rappresentano altrettante chiavi interpretative della realtà.

Si parte dal mito, forma di pensiero che sistematizza eventi dando loro un posto preciso in una cornice simbolica unificante.

Non dissimile in questo dalla scienza (lo diceva già Frazer), il mito rappresenta una prima forma di spiegazione dei fenomeni, pur non empiricamente fondata.

Al mito si alterna spesso la religione, forma altrettanto simbolica di interpretazione, ma più sistematica e razionale, aperta alla teorizzazione razionale nel suo dotarsi di teologie più o meno sviluppate.

Storicamente, la prima grande alternativa alla religione è stata la pura ragione deduttiva, tanto centrale per Platone, che si propone di dare forma al mondo sulla base di principi a priori e deduzioni logiche.

Inerentemente volta a possibili derive dogmatiche, tale ragione pura viene temperata dal ricorso all’esperienza empirica nella scienza.

Dall’empirismo inglese fino al positivismo di Comte, passando per la riflessione illuminista, la scienza si è affermata come pratica conoscitiva di grande successo negli ultimi secoli, mostrando potenzialità di applicazione sempre più ampie.

Tuttavia, l’affermarsi della ragione scientifica non deve oscurare il fatto che ci siano pratiche conoscitive non denotative, quali l’arte e la letteratura. Esse non denotano come il mondo sia, ma lo riempiono di interpretazioni valoriali e simboliche, codificano ideali e principi etici, danno senso alle esperienze di chi vive in tali società.


3. Dalla lotta di classe all’interculturalità: autori e prospettive nella sociologia della conoscenza

 Il capitolo terzo, dopo questi ampi preamboli introduttivi, entra nel vivo della sociologia della conoscenza, tracciandone la storia.

Riferimento obbligato per iniziare la riflessione è l’opera di Marx, in particolare la sua riflessione sull’ideologia.
Ponendo tale apparato concettuale in subordine rispetto al contesto storico-economico e ai rapporti di produzione, il pensiero di Marx opera un collegamento forte tra contesto sociale e conoscenza, che per quanto criticabile nel suo rigido determinismo, ha aperto porte nuove alla riflessione successiva.
Persino gli studiosi marxisti successivi hanno dovuto accettare di rivedere alcuni punti particolarmente dogmatici del pensiero di Marx, così che già per Gramsci e Althusser ideologia e rapporti economici sono in relazione paritaria e intersecata, in mutua relazione tra loro.
Per cambiare il pensiero, non basta cambiare il sistema economico.

Così, i primi sociologi della conoscenza prendono le mosse (e le distanze) dall’opera marxiana, analizzando invece la relazione interfeconda tra società e pensiero.

Altro grande "interlocutore" dei primi studiosi sarà lo storicismo tedesco, che contestualizza ogni realizzazione umana come particolare, incomparabile e frutto del peculiare contesto storico.

Anche tale concezione, nella quale Dilthey, Weber e Simmel si formano, verrà superata dalla riflessione sociologica perché troppo "particolarista".

Sia Weber che Dilthey accettano la premessa storicista secondo cui i fenomeni umani non sono traducibili in leggi generali, ma soltanto compresi e interpretati.

Tuttavia, tale interpretazione non è del tutto oggettiva, ma è frutto della posizione del ricercatore, che seleziona strumenti, oggetti di ricerca e interessi sulla base della sua personale posizione.
Questo non ne inficia l’oggettività, ma la rende parziale e integrabile con altri ulteriori apporti. Pur non dando giudizi di valore, l’analisi scientifica non è priva di riferimenti al valore.
Sulla scia di Weber prosegue il collega e amico Simmel, che osserva il peculiare rapporto creatosi tra modernità e razionalità strumentale.

Tale forma di razionalità non è l’unica, ma è quella che è più adatta a descrivere il contesto della modernità.
Essa si impone dunque come il normale ragionamento dell’uomo moderno, pur essendo di fatto un prodotto storicamente situato di processi sociali.

D’altronde, la cultura cerca sempre di inserire all’interno di "forme" comparabili tra loro e specifiche ad ogni epoca storica e contesto sociale i "contenuti" spontanei generati dall’umanità.

Ma la vita nella sua complessità risulta irriducibile ad ogni schema onnicomprensivo, dando vita alla "tragedia della cultura", sempre alla ricerca di spiegazioni adeguate e sempre parzialmente inadeguata.

La distinzione tra forme e contenuti appare simile a quella tracciata da Scheler, che distingue tra orientamenti ideali (le forme simmeliane) e causalità materiali (i contenuti). I primi orientano l’azione umana verso obiettivi ideali, i secondi sono spontanee creazione della condizione umana, studiabili empiricamente.

Andando oltre le differenze, Scheler spera di trovare analogie tra strutture, così da creare forme di dialogo tra sistemi diversi tra loro.

Obiettivo simile ha Mannheim, che parte da Marx e dal concetto di ideologia per superare la visione dell’ideologia "particolare" e svalutante di Marx per andare verso una concezione "generale" e comprensiva degli influssi del posizionamento sociale sulla conoscenza. Come per Weber, Simmel e Scheler, il riconoscimento della propria parzialità conoscitiva non apre al relativismo, ma a un pensiero "relazionale", che compara e crea ponti grazie ad una sacca residua di oggettività data dal pensiero scientifico, applicato anche a politica e società.


Meno conciliante è la prospettiva della scuola di Francoforte, che inizia una critica alla ragione illuminista, che partendo da un ideale di ragione strumentale ha dato vita a sistemi oppressivi e alienazione capitalista.

Conoscere e controllare, per tale ragione sono sinonimi, e controllare la natura non è come controllare le persone.

Solo una ragione aperta al riconoscimento della soggettività, autocritica e non meramente strumentale può superare l’impasse della modernità.


4. La realtà come costruzione sociale

La trattazione, conclusa con un breve accenno ad Habermas, della storia della sociologia della conoscenza prosegue su un diverso versante, quello della costruzione sociale della realtà.
Mentre gli autori precedenti analizzavano i prodotti macroscopici dell’agire sociale, i teorici di questa nuova disciplina "sviscerano" i fondamenti stessi del senso comune.

Già Durkheim mostrava come al soggetto la società appare come naturale perché lo precede e lo determina.
Pensatori come Schutz e Berger e Luckmann proseguiranno su tale scia ma in maniera meno determinista e radicale.

I nostri comportamenti sono sempre orientati da tipizzazioni, che inseriscono le azioni in cornici preimpostate di aspettative ed interpretazione.

Il continuo interfacciarsi delle persone a livello di conversazione e interazione mantiene stabile l’idea che abbiamo del mondo, la conferma e la rende solida. Non ci sono, come per Durkheim, la società determinante da una parte e gli individui determinati dall’altra, bensì tra questi elementi intercorre un continuo processo di co-creazione e mantenimento.

Pratiche di ricerca come l’etnometodologia mirano proprio a far emergere tali processi, così da comprendere a livello profondo l’agire umano.

 

5. Oltre la distinzione scienza/società: la sociologia della scienza

Ultima tranche di questo veloce tour de force è la trattazione della sociologia della scienza.
Essa nasce con l’opera di Merton e si pone tendenzialmente due obiettivi:

indagare l’effetto che le scoperte scientifiche hanno sulla società (sociologia "classica" della scienza, quella mertoniana) e

indagare il rapporto tra contesto sociale e produzione scientifica ("programma forte" e scuole affini).

Mentre la prima sociologia della scienza riteneva che la ricerca scientifica fosse un prodotto oggettivo e al di fuori dell’indagine sociologica, Bloor e colleghi sviluppano un programma di ricerca che mira a mostrare come la scienza non sia mai priva di condizionamenti sociali.

Così, dopo la rivoluzione operata da Popper e Kuhn, la sociologia della scienza di Edimburgo dà un ulteriore contributo ad un comprensione critica della scienza. Essa non è immune da presupposizioni e conoscenze pre-scientifiche, ma è intrisa di elementi non direttamente derivati dai dati, ma libero frutto di selezione e creatività da parte del ricercatore.

Come evoca la suggestiva immagine della barca di Neurath, la scienza costruisce sé stessa a partire da presupposti assunti e non dimostrati, per poi demolirsi e ricostruirsi progressivamente, senza mai però essere totalmente libera da tali condizionamenti.

Come dirà in un altro suo libro lo stesso autore, la sociologia nasce come esigenza del sistema sociale di dare ad ogni ambito dell’esistenza una sua conoscenza scientifica, ma con la nascita della sociologia della conoscenza, il sapere sociologico, prodotto ultimo della concezione comtiana, arriva a smuovere le fondamenta stesse dell’edificio del sapere positivista, mostrando che la scienza della società può ribaltare il tradizionale rapporto tra società e scienza, mostrando come il suo oggetto di indagine non è del tutto distaccato dall’indagine stessa e dalla mentalità di chi la compie.

 

6. In conclusione: breve elogio della dimensione sociale del sapere

Il libro giunge a conclusione con la postilla conclusiva dell’autore, che riassume quanto detto prima per poi lanciarsi in una appassionata difesa dell’importanza dello studio sociologico della conoscenza.
Esso ci pone di fronte al limite del nostro pensiero, verso un continuo miglioramento del nostro rapporto con il mondo e una maggiore comprensione di esso, mai esaustiva.

Ogni sistema umano che miri a organizzare l’esistenza è parziale, inerentemente soggetto a revisioni, critiche e aggiornamenti: esso poggia su fondamenti mutevoli, perché mutevole e multiforme è la vita che pretende di disciplinare.

Osservare i fattori sociali all’opera in tale processo vuol dire aprire alla riflessione critica ampie sezioni dell’esperienza umana, mostrando nuove vie all’umanità, avviando processi di miglioramento e dando alle persone che vivono nell’attuale società sistemi per immaginare sé stessi in mondi migliori.

Tale progetto non è mosso solo da interesse teorico ma anche da un afflato etico soggiacente ad esso, volto a rendere costantemente migliori le condizioni di vita e il contesto sociale in cui le persone si muovono e vivono.

In conclusione, l’opera di Crespi, pur non essendo una trattazione originale mostra incredibili doti di sintesi e chiarezza da parte dell’autore, che oltre a rendere fruibile la conoscenza accumulatasi negli anni di riflessione interna alla disciplina, riesce in un intento ben più ambizioso:

mostrare chiaramente come la sociologia della conoscenza non sia un campo controverso ed ostile alla scienza, come molti pensano, bensì un fondamentale punto di riferimento per chi voglia riflettere criticamente e con completezza sulla conoscenza umana.

Bibliografia:

M. Heidegger, Essere e tempo, Fratelli Bocca, Milano, 1953 (ed. originale 1927)

J. Frazer, Il ramo d’oro. Studio della magia e della religione, Bollati Borlinghieri, 2012 (ed. originale 1890)

A. Comte, Corso di filosofia positiva, UTET, Torino, 1967, (ed. originale 1830-1842)

K. Marx, L’ideologia tedesca, Editori riuniti, Roma, 1958 (ed. originale 1846)

W. Dilthey, Critica della ragione storica, Einaudi, Torino (ed. originale 1924)

M. Weber, Economia e società, Edizioni di Comunità, Milano, 1961 (ed. originale 1922)

M. Weber, Il metodo delle scienze storico-sociali, Einaudi, Torino, 1958, (ed. originale 1913)

G. Simmel, Filosofia del denaro, UTET, Torino, 1984 (ed. originale 1900)

G. Simmel, Arte e civiltà, ISEDI, Milano, 1976 (ed. originale 1918)

G. Simmel, Sociologia, Edizioni di comunità, Milano, 1989, (ed. originale 1908)

M. Scheler, Sociologia del sapere, Armando, Roma, 1976, (ed. originale 1924)

K. Mannheim, Ideologia e utopia, il Mulino, Bologna, 1956, (ed. originale 1929)

K. Mannheim, Sociologia della conoscenza, Dedalo, Bari, 1974

A. Schutz, La fenomenologia del mondo sociale, il Mulino, Bologna, 1974 (ed. originale 1932)

P. Berger, T. Luckmann, La realtà come costruzione sociale, il Mulino, Bologna, 1969, (ed. originale 1966)

R. Merton, Teoria e struttura sociale, il Mulino, Bologna, 1959, (ed. originale 1949)

D. Bloor, La dimensione sociale della conoscenza, Raffaello Cortina, Milano, 1994 (ed. originale 1976)

K. Popper, Logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino,1970 (ed. originale 1934)

T. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino, 1978 (ed. originale 1962)

L. Wittengstein, Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino, 1967 (ed. originale 1953)

F. Crespi, F. Fornari, Introduzione alla sociologia della conoscenza, Donzelli Editore, Roma, 1998