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Il traffico di influenze illecite

29 novembre 2012 -

In maniera ancora più incisiva[5] è stato rilevato che

senza la regolamentazione previa dell’attività di lobbying, la previsione punitiva del “traffico di influenza” si risolve in un immenso contenitore capace di ricomprendere in modo indeterminato comportamenti abitualmente praticati – e ritenuti, addirittura, commendevoli –, dalle grandi associazioni di categoria.Omissis.

Pertanto, queste attività potrebbero tranquillamente essere ricomprese nella disposizione di cui al testo dell’art. 346-bis, nella parte in cui esso dichiara punibile chiunque, “sfruttando relazioni esistenti con un pubblico ufficiale o con un incaricato di un pubblico servizio, indebitamente si fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altro vantaggio patrimoniale, come prezzo della propria mediazione illecita”.

Solo la regolamentazione dell’attività di lobbying può guidare l’interprete nella qualificazione di una mediazione come “illecita” e, correlativamente, di una promessa di denaro o di altro vantaggio patrimoniale come “indebita”.

In mancanza di tale regolamentazione la disposizione rischia di essere incostituzionale per violazione degli artt. 25, comma 2, e 3, comma 2 Cost.[6]

Torniamo alla descrizione della fattispecie.

Nell’aggettivazione “esistenti” posso ricomprendersi, a prima vista, sia rapporti estrinsecatisi in una sola occasione, sia rapporti sporadici, sia rapporti stabili e consuetudinari.

Quanto poi alla “mediazione”, resta aperta la questione se il reato sia configurabile anche nel caso in cui la stessa sia effettivamente esercitata nei confronti del soggetto pubblico[7], o debba, invece, restare unicamente a livello di prospettazione, senza che poi l’intermediario agisca effettivamente.

Tale seconda soluzione parrebbe lasciare scoperti tuttavia i casi in cui appunto l’esercizio effettivo della mediazione non giunga ad integrare la corruzione, neppure nella forma della istigazione.

2. La clausola di riserva: i rapporti con la corruzione

La disposizione esordisce con la clausola di riserva “fuori dai casi di concorso nei reati di cui agli articoli 319 e 319 ter”.

Tale clausola è evidentemente volta ad evitare duplicazioni sanzionatorie nell’ipotesi in cui la mediazione sia andata a buon fine, con conseguente corresponsabilità di tutti i partecipi (il privato, il “mediatore” e il pubblico ufficiale corrotto), ai sensi dell’art. 110 c.p., nel delitto di corruzione.

Va rilevato che dalla clausola di riserva scompare il riferimento – contenuto in una precedente versione del testo – al nuovo delitto di “corruzione per l’esercizio della funzione” di cui all’art. 318 c.p.[8]

In altri termini, il delitto di traffico di influenze illecite viene configurato come preparatorio rispetto al delitto di corruzione c.d. propria (per un atto contrario ai doveri d’ufficio) (art. 319 c.p.) o di corruzione in atti giudiziari (art. 319-ter c.p.).

La differenza della fattispecie in esame, nella sua prima parte (mediazione illecita), rispetto al concorso nel reato di corruzione sembra potersi individuare nella circostanza che il denaro o gli altri vantaggi patrimoniali non rappresentano il prezzo da corrispondere al pubblico ufficiale[9], ma vengono rappresentati e destinati a retribuire unicamente l’opera di una mediazione.

Con riferimento invece alla seconda parte della disposizione (remunerazione del pubblico funzionario), ove il denaro o altro vantaggio (o la loro promessa) sono, nella rappresentazione dell’intermediario, il prezzo da corrispondere non per l’opera di mediazione, ma per remunerare il pubblico ufficiale in relazione al compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio o all’omissione o al ritardo di un atto del suo ufficio, parrebbe necessario che tali utilità non vengano corrisposte o la loro promessa non venga accettata: diversamente opinando, verrebbe integrato il concorso nel delitto di corruzione propria.



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