Diffamazione: la condotta è scriminata se l’attacco non è gratuito e si riferisce a fatti specifici
Diffamazione: la condotta è scriminata se l’attacco non è gratuito e si riferisce a fatti specifici
La Quinta Sezione penale della Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 37104/2025, si è pronunciata sulla configurabilità del reato di diffamazione a danno di un Sindaco definito “Cetto La Qualunque”, un personaggio di fantasia, noto per la trilogia cinematografica che lo rappresenta come il simbolo del malaffare politico italiano.
La questione
La Suprema Corte ha dovuto stabilire se nell’appellativo rivolto al destinatario potesse o meno configurarsi un’offesa alla reputazione del Sindaco, e, quindi, se ricorresse la scriminante di cui all’art. 51 c.p., per l’esercizio del diritto di critica, nella forma della satira politica.
Le motivazioni
In primo luogo, la Corte ha richiamato l’indirizzo secondo il quale la reputazione non coincide con la considerazione che ciascuno ha di sé o con l’amor proprio, bensì con il senso della dignità personale in relazione all’opinione del «gruppo sociale» di riferimento, secondo il contesto storico.
Infatti, «il bene giuridico tutelato dall’art. 595, cod. pen. è la reputazione, intesa come il riflesso, in termini di considerazione sociale, dell’onorabilità. Essa, dunque, attiene all’opinione di cui l’individuo gode in seno alla società per carattere, professionalità e altre qualità personali; alla valutazione che gli altri fanno della personalità morale e sociale di un individuo; alla stima di cui la persona gode presso gli altri membri della comunità».
Pertanto, il bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice è la dimensione oggettiva della reputazione, e non quella soggettiva, ossia l’opinione che l’offeso ha del proprio valore.
A questo punto, la Corte ha ritenuto decisivo «approfondire i tratti caratterizzanti il personaggio nato dalla finzione narrativa, in quanto l’offesa all’altrui reputazione non può che derivare dalla capacità del riferimento alla figura immaginaria di evocare caratteristiche tali da risultare oggettivamente offensive».
Cetto La Qualunque, secondo la Suprema Corte, rappresenta un profilo satirico ambivalente e complesso, «che non si presta a una lettura unidimensionale e che compendia, in ultima analisi, una moltitudine di sfaccettature della mediocrità quando si ammanta del potere».
Esaurita l’analisi critica di Cetto, la Corte ha richiamato i principi giurisprudenziali in tema di diritto di critica.
La scriminante di cui all’art. 51 c.p., relativamente all’esercizio del diritto di critica, non si applica quando l’agente adopera espressioni non pertinenti connotate dalla gratuità oppure l’“argumentum ad hominem”, che scredita pubblicamente il destinatario con l’evocazione di una indegnità o inadeguatezza personale. La condotta non è scriminata neppure quando la satira è fondata su dati storicamente falsi. In tutti questi casi, infatti, si configura un abuso del diritto di critica nella forma della satira.
Il corretto esercizio del diritto di critica, oltre a prevedere che il fatto presupposto corrisponda a verità, deve rispettare il requisito della continenza, che deve essere valutato con riguardo al contesto dialettico di riferimento, per cui i toni dell’agente possono essere «aspri, forti e sferzanti», ma non gratuiti e comunque proporzionati al fatto narrato e al concetto da esprimere.
Al contrario, quindi, l’esimente dell’esercizio del diritto di critica ricorre allorquando «le espressioni utilizzate esplicitino le ragioni di un giudizio negativo collegato agli specifici fatti riferiti e, pur se veicolate nella forma scherzosa e ironica propria della satira, non si risolvano in un’aggressione gratuita alla sfera morale altrui o nel dileggio o nel disprezzo personale».
L’esito
Nel caso specifico, secondo la Corte, l’uso dell’appellativo “Cetto La Qualunque” riferito al Sindaco non costituiva un gratuito attacco personale, volto a svilire pubblicamente la figura umana e la persona, bensì un esercizio del diritto di critica riferito all’operato tecnico-amministrativo.
La Corte, quindi, ha annullato la sentenza impugnata relativamente al suddetto fatto ascritto all’imputato, poiché esso non costituisce reato.
Un Sindaco può essere apostrofato “Cetto La Qualunque” se l’esercente il diritto di critica fonda la propria valutazione sull’operato concreto del primo cittadino.