Il caso “Niscemi” e il “Patto di fedeltà”

Niscemi
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Il caso “Niscemi” e il “Patto di fedeltà”

 

Il caso “Niscemi” è al centro del dibattito pubblico e i riflettori sono tutti accesi, anche per discriminare i livelli di responsabilità. In tale contesto, in cui alla prevedibile polemica politica si è associata la promozione dell’azione penale a cura della competente Procura della Repubblica di Gela, ci sembra utile evidenziare un aspetto della vicenda che ciclicamente si pone alla nostra attenzione. A fronte di chi chiama in causa il Comune di Niscemi, piuttosto che il Presidente della Regione nella qualità di Commissario di governo per il contrasto del dissesto idrogeologico, alcuni opinionisti puntano infatti il dito verso quei cittadini che hanno preferito realizzare le proprie abitazioni in aree già dichiarate ad elevato rischio frana.

Al netto delle singole responsabilità, il tentativo è quello di mettere sullo stesso piano cittadini e Istituzioni, tutti complici del disastro annunciato. Tale equiparazione non ci convince. Se è infatti vero che tutti i cittadini sono chiamati dalla Costituzione (art. 54) ad essere fedeli alla Repubblica con comportamenti concludenti ed orientati ad alimentare il “patto sociale” che ci lega, è altrettanto vero che tale impegno è maggiormente richiesto a quei cittadini che esercitano funzioni pubbliche, chiamati dalla stessa Costituzione ad esercitarle con disciplina ed onore. L’affidamento delle funzioni pubbliche ai cittadini costituisce infatti l’elemento personalistico dello Stato. I cittadini affidatari di funzioni pubbliche hanno infatti una peculiarità rispetto ai cittadini che ne sono sprovvisti. A questi ultimi viene infatti richiesta una “fedeltà qualificata” alla Repubblica, onere ben più gravoso rispetto alla ordinaria “fedeltà” alla Repubblica che la Costituzione richiede ai cittadini e che più comunemente può essere annoverata nel più comune “senso civico”.

Un carattere speciale, ancorchè non espressamente tipizzato, è altresì da attribuire a quei cittadini che esercitano funzioni pubbliche in forza di un mandato elettivo espressione della volontà popolare. L’elezione democratica attraverso la quale il cittadino esercita il mandato nei diversi livelli istituzionali (Unione Europea, Stato, Regione, Ente Locale) conferisce allo stesso una responsabilità ancora più pregnante nell’agire per il bene comune, atteso il legame fiduciario intessuto con gli elettori.

Ora, mentre i comuni cittadini possono anche permettersi di non essere fedeli alla Repubblica, dovendo fare i conti solo con la propria coscienza civica, i cittadini investiti di funzioni pubbliche rispondono dei propri comportamenti e rischiano di essere sanzionati penalmente, amministrativamente e civilmente. La richiesta “fedeltà” evoca infatti l’idea di tradimento, ossia di un comportamento che ha in sé un qualcosa di irreparabile, perché travolge, spezzandoli, legami avvertiti come profondi, vitali ed esclusivi. La “fede”, prima ancora della fedeltà, nei valori di fondo della democrazia costituisce infatti il bene più prezioso che una comunità sociale e politica deve serbare in se stessa; un bene da perseguire, coltivare e custodire gelosamente quale antidoto al peggiore dei rischi: quello di trasmodare nell’illiberalità e ritornare allo stato di natura di hobbesiana memoria.