Il Sistema universitario italiano crisi o stress strutturale?
Il Sistema universitario italiano crisi o stress strutturale?
Appare che il sistema universitario italiano non sia semplicemente “in crisi”, ma in una fase di stress strutturale.
Il sistema universitario statale italiano si trova in una fase di tensione finanziaria che non deriva da un singolo fattore, ma dall’incrocio di quattro dinamiche: crescita strutturale del costo del personale, aumento solo parziale del Fondo di finanziamento ordinario, esaurimento progressivo delle risorse straordinarie PNRR e irrigidimento del quadro di finanza pubblica.
La stampa recente ha messo in evidenza che, tra il 2019 e il 2024, il costo del personale delle università statali sarebbe passato da 6,58 a 8,52 miliardi di euro, con un aumento nominale del 29,4%, mentre il FFO sarebbe cresciuto da 6,50 a 7,96 miliardi, cioè del 20,6%. In termini reali, il divario resta significativo: la spesa di personale crescerebbe del 10,2%, a fronte di un FFO sostanzialmente fermo al +2,7%.
Il MUR, per contro, ha evidenziato che il FFO 2025 ammonta a 9,4 miliardi, con un incremento di 336 milioni rispetto al 2024; la prima ripartizione riguarda 8,3 miliardi, pari a circa il 3% in più sul 2024 e circa il 25% in più rispetto al 2019. Il punto critico, tuttavia, è che l’incremento complessivo del fondo non compensa in modo uniforme gli aumenti di costo, perché gli atenei hanno composizioni diverse del personale, differenti vincoli storici, diversa capacità di attrarre entrate proprie e un’esposizione non omogenea ai costi fissi.
La criticità è destinata ad accentuarsi con la chiusura dei progetti PNRR, prevista al 30 giugno 2026: una parte degli squilibri è stata finora assorbita da risorse straordinarie, ma la loro cessazione può rendere più evidente la rigidità dei bilanci, imponendo scelte su reclutamento, corsi, servizi, investimenti e possibili forme di razionalizzazione.
Il nodo del personale: aumenti automatici e rigidità della spesa
La circolare RGS n. 6 del 22 aprile 2026 conferma che gli enti pubblici devono programmare il bilancio nel quadro della nuova governance economica europea e della legge di bilancio 2026, con attenzione alla coerenza delle stime previsionali e al controllo degli scostamenti di spesa.
Il passaggio più rilevante, per gli atenei, riguarda la Scheda C – Programmazione del personale e trattamento economico. Per il personale contrattualizzato dei comparti Istruzione e Ricerca e Funzioni centrali, nelle more dei rinnovi 2025-2027, la circolare indica di applicare prudenzialmente, per il 2026, una percentuale di incremento del 3,6% al monte salari 2023, maggiorato degli oneri riflessi e rivalutato del 5,78% per il triennio 2022-2024, sottraendo l’IVC ordinaria già in pagamento.
Per l’Area Istruzione e Ricerca, la circolare prevede una base diversa: applicazione del 3,6% al monte salari 2021, maggiorato degli oneri riflessi e rivalutato del 3,78% per il triennio 2019-2021 e del 5,78% per il triennio 2022-2024.
Per il personale non contrattualizzato, cioè in particolare docenti e ricercatori universitari, la circolare segnala due elementi: l’incremento con decorrenza 1° gennaio 2025 dello 0,61%, già recepito nel DPCM 4 luglio 2025, e l’incremento 2026 comunicato dall’ISTAT pari al 2,48%, da recepire con apposito DPCM ai sensi dell’art. 24 della legge n. 448/1998.
Questi dati spiegano perché molti atenei percepiscano l’aumento del FFO come insufficiente: gli incrementi stipendiali, soprattutto per personale docente e ricercatore, sono in larga misura automatici o para-automatici, mentre il finanziamento ordinario è esposto a decisioni annuali, criteri di riparto, quote premiali, vincoli di fabbisogno e capienza complessiva del bilancio pubblico.
Il problema non è soltanto “più spesa” o “meno FFO”. È un disallineamento tra:
- spese rigide, in primo luogo personale docente, ricercatore e tecnico-amministrativo;
- entrate ordinarie non pienamente indicizzate ai costi effettivi;
- risorse PNRR temporanee, spesso capaci di finanziare progetti, ma non sempre sostenibili a regime;
- vincoli di finanza pubblica, che comprimono la capacità del sistema di assorbire shock inflattivi o rinnovi contrattuali;
- eterogeneità territoriale e dimensionale, perché gli atenei con minore capacità di attrarre studenti, progetti competitivi, conto terzi e donazioni sono più esposti.
Ne deriva un rischio sistemico: gli atenei possono reagire riducendo turnover, corsi, servizi agli studenti, investimenti infrastrutturali e manutenzioni, con effetti negativi su qualità della didattica, ricerca e attrattività internazionale. In alcuni casi, il blocco o rallentamento del reclutamento può produrre un effetto paradossale: riduce il costo nel breve periodo, ma indebolisce la capacità futura dell’ateneo di attrarre risorse competitive.
Nel medio periodo occorre evitare misure lineari e introdurre strumenti selettivi.
Vi metto sul tavolo alcune proposte:
à istituire un fondo nazionale di compensazione degli aumenti obbligatori del personale, distinto dal FFO ordinario, destinato a coprire almeno in parte gli adeguamenti ISTAT del personale non contrattualizzato e gli effetti dei rinnovi contrattuali. La logica dovrebbe essere: gli aumenti decisi o regolati centralmente non possono essere scaricati integralmente sui bilanci dei singoli atenei.
à rafforzare la quota perequativa del FFO, collegandola non solo al costo standard e alla qualità, ma anche a indicatori di rigidità finanziaria: rapporto costo del personale/FFO, dinamica demografica del bacino studentesco, incidenza dei costi energetici e immobiliari, capacità di entrate proprie e grado di esposizione alla fine del PNRR.
à prevedere un monitoraggio semestrale dei bilanci universitari, non meramente contabile, ma prospettico. Gli organi di revisione dovrebbero segnalare non solo lo scostamento già avvenuto, ma anche il rischio a 12-24 mesi, distinguendo tra squilibri temporanei, strutturali e derivanti da obblighi esterni.
à introdurre una clausola di salvaguardia per il turnover scientifico essenziale. Gli atenei in difficoltà non dovrebbero essere costretti a bloccare indistintamente le assunzioni: occorre preservare settori strategici, corsi obbligatori, servizi agli studenti, ricerca competitiva e posizioni collegate a finanziamenti esterni.
à rendere strutturale la possibilità di usare risorse già assegnate e non utilizzate per piani straordinari di reclutamento a copertura dei maggiori oneri stipendiali, come già previsto nel decreto FFO 2025 per alcune risorse stanziate dal 2025 e 2026.
Nel lungo periodo sarebbe auspicabile una revisione del modello di finanziamento.
La prima misura potrebbe essere una indicizzazione parziale del FFO ai costi incomprimibili, in particolare personale, energia, manutenzioni obbligatorie e sicurezza. Non si tratta di sterilizzare ogni inefficienza, ma di evitare che adeguamenti salariali e inflazione producano tagli impliciti alla didattica e alla ricerca.
La seconda misura proposta è la definizione di un FFO pluriennale programmatorio, almeno triennale, con una quota garantita e una quota variabile. Gli atenei programmano reclutamento, corsi, dottorati, infrastrutture e internazionalizzazione su orizzonti lunghi; un finanziamento troppo annuale induce comportamenti difensivi.
La terza misura è una revisione del rapporto tra premialità e sostenibilità. La quota premiale è utile, ma se troppo incisiva su bilanci già fragili può accentuare divari strutturali. Una parte della premialità dovrebbe essere condizionata a piani di miglioramento sostenibili, non solo a risultati già conseguiti.
La quarta misura riguarda la razionalizzazione cooperativa, non punitiva: federazioni tra atenei, condivisione di servizi amministrativi, piattaforme comuni per acquisti, biblioteche digitali, cybersecurity, gestione energetica e trasferimento tecnologico. Le fusioni vere e proprie dovrebbero restare extrema ratio, mentre le alleanze funzionali possono generare risparmi senza impoverire il presidio territoriale.
La quinta misura è un grande piano per il patrimonio edilizio universitario: efficientamento energetico, riduzione delle locazioni passive, uso condiviso degli spazi, manutenzione programmata e partenariati pubblico-privati solo quando sostenibili e contabilmente trasparenti. La circolare 2026 richiama infatti l’obbligo di trasmettere i dati sui contratti di partenariato pubblico-privato e di darne evidenza nei bilanci, con CUP, CIG, valore, durata, contributo pubblico e investimento privato.
Come detto, il sistema universitario italiano non è semplicemente “in crisi”, ma in una fase di stress strutturale: il finanziamento ordinario cresce, ma non sempre nella misura e con la distribuzione necessarie a coprire l’aumento dei costi fissi; il PNRR ha sostenuto temporaneamente il sistema, ma non sostituisce entrate permanenti; le regole di finanza pubblica impongono programmazione e controllo più stringenti. La risposta non dovrebbe essere il blocco generalizzato della spesa, bensì un patto pluriennale tra Stato e atenei: copertura degli oneri obbligatori, responsabilizzazione gestionale, perequazione mirata, investimenti selettivi e razionalizzazione cooperativa.
Mi scuso per la lunghezza di questa mail, ma è tempo di approvazione dei bilanci consuntivi…e poi è il mio compleanno ;D
Alla prossima: mi farò perdonare, Valentina