Posto

Con questa parola, proseguirò il discorso iniziato il mese scorso discutendo del fenomeno Grandi Dimissioni (Great Resignation) dal posto di lavoro
Posto di lavoro
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Con questa parola, proseguirò il discorso iniziato il mese scorso discutendo del fenomeno Grandi Dimissioni (Great Resignation) dal posto di lavoro, evento meno diffuso certamente in Italia rispetto agli Stati Uniti, anche se importante e significativo soprattutto in alcuni settori.

È opportuno sviluppare qualche riflessione sul termine posto, che secondo il vocabolario Treccani indica: “In senso generico, spazio o porzione di spazio disponibile per essere occupato da persone o da cose” ed ancora “Luogo o spazio scelto, stabilito, assegnato, destinato e sim. a persone o cose”.

La definizione è molto ampia, comprendendo molti significati di uso comune: se facciamo alcuni esempi si passa dalla posizione assegnata/occupata nelle riunioni conviviali (il posto a tavola) o di lavoro, al turno che spetta ad ognuno in una fila, oppure ancora, con riferimento alla situazione militare, al luogo dove “ciascuno (singolarmente o in gruppo) è stato collocato dai suoi superiori o dove ha ricevuto l’ordine di stare, di andare, di mettersi” (Treccani).

Per quanto attiene poi al lavoro, indica un impiego, un ufficio dove una persona svolge la sua occupazione principale o in modo più generico può indicare la mansione svolta. Ma esistono anche espressioni figurate, frequentemente utilizzate come “mettere la testa a posto” o “finalmente è tutto a posto!”

A seconda del contesto in cui viene utilizzato, dunque, il termine assume vari significati, tuttavia è indubbio che, nell’ambito di cui si sta parlando, si faccia sempre riferimento ad uno spazio che definisce un ruolo/status di chi lo occupa e anche la responsabilità personale che ne deriva: tale spazio definisce pertanto l’identità sociale della persona che lo occupa.

“Il posto” è uno spazio personale all’interno di un’azienda/istituzione che è vissuto in qualche modo come qualcosa di proprio: si potrebbe dire, riferendoci ad esempio agli uffici, che essi sono luoghi pubblici ma anche personali. Non a caso in quei pochi (o tanti) metri quadrati a disposizione, talora particolarmente personalizzati, si rappresentano ed agiscono abitudini e comportamenti quotidiani considerati indicativi anche del carattere dell’occupante.

Essendo quindi il posto di lavoro rappresentazione di sé stesso agli altri, è difficile che vada incontro a quel processo di incuria, di cui parlava in modo così vero Grazia Mannozzi (Link: https://www.filodiritto.com/incuria). Certamente sentire come proprio uno spazio ne facilita la cura, allontana l’abbandono.

Ma i grandi cambiamenti organizzativi del lavoro dovuti al lockdown e allo Smart working, la constatazione di palazzi di uffici vuoti per molti mesi, la riduzione del traffico per gli spostamenti, hanno già spinto varie aziende a ripensare in modo radicale l’utilizzazione degli spazi lavorativi, constatando anche che il lavoro a distanza non ha ridotto la produttività, ma talora l’ha puree aumentata.

Tra questi cambiamenti in primo piano. vi è la tendenza, a fronte anche di una consistente offerta immobiliare, a ridurre gli spazi dedicati agli uffici, sostituendoli con locali affittati, già arredati e completamente attrezzati: il modello di riferimento sono i luoghi che erano per lo più, negli anni passati, funzionali al coworking, quindi dedicato a liberi professionisti, freelance e start-up. Erano questi spazi per persone, che lavorando per la maggior parte da soli (talora anche in zone diverse) trovavano in tali sedi possibilità di incontri sociali: pur continuando a lavorare in modo indipendente, potevano sperimentare una sinergia con altre persone, disponibili alla novità ed alla creatività.

Nati quindi per superare da un lato il tradizionale dualismo casa-ufficio (un terzo spazio) sia per costruire dei luoghi di incubazione creativa, sono diventati ormai invece un business con una forte impronta immobiliare, offrendo anche alle aziende, grandi e medie, l’opportunità di soddisfare in altro modo le proprie esigenze.

Si comprende come, diventando ora anche uffici utilizzati da grandi società per alcuni dei propri dipendenti, inevitabilmente nascano nuovi interrogativi: la dislocazione degli uffici in un luogo diverso dalla sede, nonché la riduzione dei tempi della presenza fisica tra colleghi, può mantenere quello spirito di collaborazione così indispensabile nelle strutture complesse? Ancora, lo stesso ufficio/scrivania, lo stesso posto utilizzato in tempi diversi da differenti persone riducendo/impedendo la possibilità di personalizzare il proprio spazio spazio lavorativo, quale incidenza può avere nella relazione con l’azienda/istituzione? L’investimento personale sul lavoro può essere lo stesso di prima, ovvero quando vi era un posto personale seppure pubblico?

Un recente sondaggio della Luiss, su questi temi sensibili, che mettono a dura prova la relazione fra management e dipendenti, ha messo in evidenza come l’azienda che fa smart working ha un elevato indice di fiducia, però chi non lo fa gode di maggiore coesione interna.

Sicuramente tra gli svantaggi delle nuove condizioni lavorative, c’è la difficoltà di mantenere viva una cultura di gruppo, che è indispensabile per la collaborazione tra colleghi e la condivisione delle conoscenze, nonché quella di essere informati su quanto accade nell’istituzione e sulle possibilità di crescita professionale. Ai miei tempi, come si dice, la presenza e la frequentazione del gruppo di lavoro era indispensabile per l’apprendimento e la formazione e costituiva uno degli elementi fondanti lo sviluppo di carriera e di relazioni professionali significative.

Ora, per concludere, gli strumenti digitali, che tanto ci danno, sono in grado di soddisfare il bisogno di appartenenza che sta alla base della vita sociale? Il posto fisico, che tanto rappresenta per sé stesso e per gli altri, può essere sostituito da un posto “virtuale” senza conseguenze per il benessere della persona?