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Due pesi e due misure

Montagna
Ph. Sara Cimini / Montagna

Due pesi e due misure

La morale della convenienza

 

In questi ultimi mesi abbiamo assistito ad episodi che hanno scosso l’opinione pubblica ma per i quali commenti e riflessioni, un po’ da tutte le parti ed in tutte le direzioni, hanno evidenziato un approccio alla informazione e un orientamento socio culturale a dir poco dicotomico, manifestando una fin troppo accomodante morale, una morale di convenienza che palesa non già una coerente presa di posizione, una analisi ontologica delle cause, ma una adesione a fatti e giudizi unicamente animati dal perseguimento di una convenienza ideologica e politica.

 I gravi fatti di Modena  ancor prima che se ne comprendesse dinamica e inquadramento, hanno fatto gridare, in primis alla politica, ad attentati per poi concentrarsi inopinatamente su uno sguaiato richiamo alla sicurezza minacciata dallo “straniero”. Il responsabile, un cittadino italiano, è stato prontamente identificato dalla maggior parte della politica di governo e dalla informazione, quale “cittadino di seconda generazione” quasi a voler sottolineare che ci sono categorie differenti di cittadini, arrivando a teorizzare la revoca della cittadinanza la dove il cittadino si sia reso responsabile di avvenimenti gravi. Il tutto in un sommario giudizio etico e di condanna ancor prima di comprendere cause e ragioni di un avvenimento grave sì, ma non eccezionale o unico. Si è gridato persino all’attento terroristico, per poi ripiegare su asseriti problemi psichiatrici del responsabile.

La Politica e le istituzioni si sono precipitate a porgere vicinanza anche diretta, con le massime istituzioni in pellegrinaggio ai feriti, quasi a rassicurare che o Stato fosse lì a proteggerli

Pian piano diradandosi l’onda emotiva emergeva che l’attentatore altro non era che un giovane disperato, certamente responsabile di un gravissimo gesto in danno della incolumità pubblica, ma toccato da disturbi sottovalutati e mal indagati. Eppure qual giovani prima di arrivare al gesto folle e irresponsabile aveva lanciato segnali allarmanti, dialogando con potenziali datori di lavoro e lamentandosi via mail in modo tutt’altro che ortodosso per la mancanza di attenzione, la mancanza di lavoro; un giovane non sprovveduto, laureato e quindi istruito, ma probabilmente altrettanto frustrato da una condizione di disagio sociale che nessuno ha valutato in un silenzio omertoso. Era stato in cura presso i centri di salute mentale all’indomani del covid, eppure quelle frequentazioni non furono sufficientemente attenzionate. Nonostante ciò quel giovane è stato moralmente lapidato, ma senza nulla togliere al gravissimo gesto compiuto ed alla sua responsabilità, ci si chiede perché mai un giovane laureato sia lasciato in una prostrazione così grande, in un disagio così incontrollato ?

Le autorità sono accorse, ma la loro presenza e vicinanza alle vittime è sembrata più rassicurante per loro stessi rispetto al fatto ed agli interrogativi che esso pone proprio a loro. Sono accorsi in bella mostra attirando l’attenzione mediatica sulla loro presenza a sostegno dei feriti affinché non si concentrasse troppa attenzione sulle loro responsabilità omissive.

Ciò tuttavia è apparsa forte la differenza rispetto all’atteggiamento della Politica e delle Istituzione verso un altro fatto che nelle stesse ore si consumava alla opposta estremità della patria italica. A Taranto all’alba del 12 maggio veniva inspiegabilmente e barbaramente ammazzato un bracciante di colore, Bakari Sako, che alle 5,30 del mattino aveva bevuto un caffè prima di accingersi a prendere l’autobus che lo avrebbe portato nei campi dove lavorava. Cinque giovani, tutti minorenni, lo hanno accoltellato e pestato a morte senza un motivo, cinque minori in giro dal giorno prima senza che i genitori si fossero preoccupati cosa facessero la notte fuori casa. Sako aveva cercato di rifugiarsi nel bar dove aveva appena bevuto il caffè, ferito, ma il gestore lo aveva invitato ad uscire, non voleva guai nel suo locale. Sako Bakari moribondo fu costretto ad uscire ed esanime stramazzò a terra; era regolarmente in Italia per lavoro, era una brava persona, in Mali dove vivono i suoi familiari, stava nascendo la sua seconda figlia  che non vedrà mail il padre morto lontano da casa dove era andato a lavorare per garantire un avvenire ai figli. Ecco in questo caso non abbiamo visto Istituzioni e Politica affrettarsi a portare cordoglio, aiuto alla famiglia di Sako Bakari, eppure i folli criminali del gesto mortale sono 5 giovani italiani minorenni lasciati incustoditi dai genitori vagabondare  a far danni di notte. Non una parola dalle Istituzioni a censura di genitori responsabili di una educazione evidentemente negativa e inconsistente, responsabili per i gesti dei loro figli, non una parola di censura verso un comportamento razzista e gratuitamente violento.

Salim el Koudri a Modena, Bakari Sako a Taranto, due fatti e due reazioni: nella prima una politica che interviene giudica rassicura, nel secondo una politica che si volta dall’altra parte disinteressata del valore della vita umana e del dolore. Due pesi e due misure: da una parte a Modena l’interesse ad intervenire per far sentire la presenza dello stato rispetto ad un cittadino di seconda generazione che minaccia la sicurezza, la seconda che sprofonda nella indifferenza perché ad essere colpito è uno straniero, e da difendere ci sono cittadini italiani minorenni che in spregio al rispetto hanno pensato che il modo migliore per concludere una annoiata nottata tra birra e scherzi fosse uccidere un povero giovane uomo di colore che si stava recando all’alba nei campi a lavorare.

Nessuno a meditare sul fatto che giovani minorenni girino indisturbati e non vigilati dai propri genitori permettendosi bravate nella assoluta indifferenza.

Anche nella tragedia di Crans-Montana c’è qualcosa che stride: indiscutibile la responsabilità di chi gestiva il locale, della superficialità in cui si gestiva un locale pubblico, come indiscutibile la responsabilità delle autorità amministrative che non hanno vigilato, hanno svolto verifiche compiacenti; tuttavia in quella tragedia balza agli occhi come tra le 40 vittime numerosissime (la maggior parte) sono minorenni e le sei vittime italiane sono 6 ragazzi minorenni. Ci viene da chiedere come mai tanti minori soli e incustoditi in quei luoghi senza che nessuno avesse verificato l’affidabilità del posto ? oggi piangiamo le vittime, chiediamo giustizia verso i responsabili .. giusto ! ma tanto nella tragedia di Crans-Montana quanto in quella di Taranto, non  dimentichiamo il dovere di chi doveva e deve educare e vigilare su questi minori. Non possiamo solo chiedere giustizia verso le istituzioni, dimenticando la personale responsabilità di quanti, genitori, hanno il dovere di vigilare. Nel nostro ordinamento ci sono norme che richiamano alla responsabilità per culpa in vigilando e in educando (artt . 2047 e 2048 C.C. e artt. 591 e 672 C.P.).

Nelle stesse settimana, a Gaza si continuava (e continua) a sparare contro civili e bambini  con lo Stretto di Hormuz controllato dagli iraniani ad impedire gli aiuti umanitari, la Flottilla decide di effettuare una spedizione umanitaria per portare aiuti alle popolazioni martoriate, ma viene bloccata dalle navi Israeliane in acque internazionali. I componenti dell’equipaggio vengono “deportati” sulle navi israeliane dove vengono picchiati e umiliati a terra, per tutti basta il video girato e divulgato dal ministro Ben Gvir 

Anche in questo caso parte dei benpensanti in prima battuta hanno cesurato l’azione umanitaria, arrivando a sostenere che gli attivisti della Flottilla, rei di voler portare gli aiuti, in realtà provocavano incidenti diplomatici mettendo in difficoltà le autorità italiane. Solo quando i video del ministro Ben Gvir hanno fatto il giro dell’etere, allora le autorità italiane si sono mosse per tutelare gli italiani sequestrati sino ad ottenerne il rimpatrio.

Tuttavia anziché censurare l’intero governo israeliano, in primis il capo e responsabile Netanyahu, hanno visto bene di circoscrivere la censura e la richiesta di sanzione solo verso il ministro. Interessi superiori, economici e strategici di geopolitica hanno rilevanza maggiore rispetto alle vite di civili sterminate, e così che anche l’Italia da una parte a parole censura ma poi continua a fare affari con il Governo israeliano che si è reso responsabile del sequestro di cittadini mentre navigavano in acque internazionali, violando il diritto internazionale.

Due pesi e due misure, un atteggiamento di convenienza che si preoccupa solo quando non può più tirarsi indietro perché in gioco ci sono le vite di cittadini che vanno tutelati con la diplomazia in nome di un consenso che va alimentato.

E nelle stesse settimane a tener banco è ancora la questione della Grazia a Minetti, dove dopo le notizie rivelatrici da “ilFatto” su richiesta del Presidente della Repubblica il Ministero chiede alla Procura Generale di Milano di verificare se quanto emerso fosse fondato o meno e se ciò in qualche misura altera il quadro sostanziale e fondante le ragioni della concessione della Grazia.

Ora che i fatti denunciati da “IlFatto” siano fondati o meno poco importa, così come accademico e strumentale è stato il dibattito se la Grazia fosse o meno revocabile (per legge la Grazia non è revocabile salvo che non sia condizionata, cosa che nel caso di specie non è). Quindi le circostanze che hanno fatto esplodere il caso non hanno neppure un rilievo ed un interesse precipuo. Se un merito ha avuto la notizia data da “Il Fatto” è quello di aver reso pubblica la circostanza che Nicol Minetti aveva ricevuto la grazia, infatti senza questa notizia non si sarebbe saputo (ufficialmente perché nel provvedimento è coinvolto un minore con gravi patologie e quindi per ragioni di riservatezza).

Tutto quanto si è discusso, comprese le nuove verifiche disposte dalla Procura e le conclusioni, giuste o sbagliate a cui sarebbero pervenute, nonché il Comunicato finale di chiusura e “conferma” dell’atto di clemenza proveniente dal Quirinale, sono servite esclusivamente a “distrarre” l’opinione pubblica dal cuore del tema. Infatti mentre tutti (cittadini, opinionisti, giornali e costituzionalisti) hanno dibattuto sulla curabilità o meno in Italia del figlio adottivo, della liceità o meno della adozione, della esistenza o meno di festini moralmente discutibili in Uruguai alla “corte Cipriani”, nessuno si è concentrato sulla vera questione: E’ lecito ed opportuno concedere la grazia nel caso della signora Minetti ? (ma non per l’adozione o per i festini o per altro) ma per il fine Costituzionale e giuridico dell’istituto della Grazia ! La signora Minetti condannata in via definitiva con due sentenza alla pena complessiva di anni 3 e  mesi 11 di reclusione, non sarebbe mai andata in carcere, così come non ha scontato un solo giorno di detenzione. Avrebbe beneficiato dell’affidamento al Servizio Sociale con limitazione territoriale alla Regione Lombardia entro al quale avrebbe dovuto risiedere durante il periodo di affidamento, potendo benissimo in tale periodo accudire il figlio che per le fragilità e le cure richieste avrebbe avuto bisogno della sua attenzione, attenzione facilmente equiparabile a un servizio presso una RSA o presso un qualsiasi istituto di assistenza dove svolgere qualche ora di volontariato. Quindi Minetti avrebbe potuto scontare almeno parte di questo periodo di Affidamento in Italia in Lombardia occupandosi di suo figlio e limitando la sua vita splendida in giro per il mondo: un comportamento che certo avrebbe segnato il suo indiscutibile cambio di vita e comprensione del limite, quel limite che ella non ha conosciuto all’epoca dei fatti reato e che pare non conosca tutt’ora, se come è vero per evitare di limitare il suo stile di vita ha preteso una grazia che cancellasse senza punizione o penitenza alcuna la sua condanna. In carcere ci sono moltissimi detenuti che stanno scontando pene anche lunghissime e che hanno un familiare gravemente malato da accudire, molti detenuti hanno durante la carcerazione svolto un profondo percorso di revisione, andando alla radice dei propri comportamenti che hanno portato ai reati e prendendo le distanze da questi comportamenti e da quegli stili di vita sbagliati.

La signora Minetti invece ha chiesto la Grazia per continuare a vivere nello splendore di sempre, e lo Stato l’ha concessa a Lei questa clemenze, clemenza che non concede a chi in carcere ha rivisto la propria vita ha scontato e sta scontando la maggior parte della condanna (anche magari da innocente) ma non ha avuto  e non ha qualche santo in paradiso. La parola fine con la conferma del parere favorevole all’atto di clemenza, altro non è che l’ipocrisia di una politica e delle istituzioni che ha così giustificato una condotta di favore per un privilegio concesso a qualcuno e negato ai più, eppure le colpe accertate alla graziata non erano leggere se si considera il suo status di consigliere regionale con responsabilità di mandato e dovere di occuparsi del bene comune. Non i fatti, veri o presunti o non veri denunciati da “ilFatto” ma il trattamento di privilegio riservato a questa condannata offende i cittadini onesti e quanti avendo sbagliato scontano la pena per il loro errore.

Si sa infatti che a mortificare non sono  le regole ed il rigore bensì i privilegi e le diseguaglianze .

Due pesi e due misure, o per dirla con George Orwell, :“All animals are equal, but some animals are more equal than others.”

 

Lucio Motta